BSC 99

Gabriele Ingegneri, Giannantonio Zucchetti (1843-1931). Prefetto apostolico di Mesopotamia e arcivescovo di Smirne (Bibliotheca seraphico-capuccina, 99), Roma, Istituto Storico dei Cappuccini, 2014, 507+96 p. ill. (€ 40,00) ISBN 978-88-88001-93-7

 

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La vita dell'arcivescovo Giannantonio Zucchetti offre un ampio panorama sull'Europa e Medioriente nella seconda metà dell'Ottocento e dell'inizio del Novecento. Nato nella Milano austriaca, egli entrò tra i cappuccini trentini, fu missionario nell'Impero ottomano, come prefetto della missione di Mesopotamia e Piccola Armenia e poi come arcivescovo di Smirne, sotto il protettorato francese, finito a seguito della Prima guerra mondiale della rivoluzione della Giovane Turchia e si ritrovò italiano a tutti gli effetti dopo il rientro nel 1919. Nella sua lunga esistenza si incontrano lo sforzo di ripresa dei cappuccini dell'Ottocento, il rilancio della missione ad gentes da parte della Chiesa cattolica, la difficoltà dell'opera missionaria nell'impero ottomano, resa ancora più complicata nella regione dei due fiumi per la presenza di popoli turchi, armeni, arabi, siri, greci, caldei, curdi, ebrei e delle religioni musulmana, cristiana nelle varie declinazioni cattoliche armena, latina, greca, sira e non cattoliche giacobita, gregoriana, ortodossa, ai quali si aggiungevano popolazioni quasi sconosciute come i kizil-bache (testa rossa), non ancora pienamente sottomesse al governo centrale, come non lo erano i curdi, e gli adoratori del demonio. Mons. Zucchetti vide i disastri dei primi massacri degli armeni (1894-1896), riuscendo a salvare migliaia di persone, e a Smirne quelli della prima guerra mondiale, senza particolari conseguenze personali vista la sua nazionalità, come non ne aveva avute in occasione della precedente guerra Italo-turca e ricevendo anzi la decorazione di ufficiale della legion d'onore dal presidente francese, ancora per la protezione degli armeni . L'intensa attività svolta per oltre un decennio dopo il rientro in Italia nel 1919, a 77 anni di età, riesce infine a stupirci, nonostante si definisse "reduce" da quarant'anni di dura vita di missione, o addirittura dalle Cinque giornate di Milano, inducendoci quasi a pensare ad anni di riposo. L'abbondanza di documentazione dovuta alla facilità di scrittura di mons. Zucchetti e di qualcuno dei suoi compagni di missione, conservata negli archivi delle istituzioni con le quali fu in contatto in Italia e in Francia, nonostante le perdite di quelli della missione, permette di ricostruire situazioni e fatti e di conoscere persone e ambienti lontani insieme agli aspetti della vita e della cultura locale, per i quali molti missionari hanno sempre dimostrato grande interesse. Una segnalazione a parte merita infine il ricco apparato iconografico dovuto all'opera di un frate fotografo di quei tempi: fra Raffaele da Mossul, nipote di un patriarca caldeo.

 

 

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